Blog

“In estate la paternità non va in vacanza, anzi…riflessioni semi serie sui padri in vacanza”

Pubblichiamo un pensiero risalente all’Agosto del 2014, di rientro dalle vacanze estive di quell’anno, durante il quale ho riflettuto a voce alta sul rapporto fra il periodo legato alle vacanze e il mio essere padre e quindi genitore.

Olbia-Livorno, 25-26 Agosto 2014 (e giorni seguenti)

Mentre mi trovo in attesa di un traghetto che mi riporterà “in continente” – come amano dire i Sardi – dopo 2 settimane di vacanze appunto in terra sarda, ripenso e rifletto – come sempre mi capita in queste circostanze – sulle vacanze di fatto ormai conclusesi. E, se mi focalizzo su quanto vissuto adottando una “prospettiva/angolatura paterna” – per ciò che qui più conta – mi rendo conto che da quando è arrivato Edoardo ormai quasi 7 anni fa, anche la modalità con cui mi approccio e poi vivo il periodo delle vacanze estive è cambiata sotto molti aspetti.

E che inoltre molte sono anche le differenze rispetto ai modelli educativi applicati dai nostri genitori quando eravamo piccoli allorquando occorreva progettare e poi vivere le vacanze. Provo a rifletterci su a voce alta partendo da personali esempi e da ciò che ho osservato ed osservo tra altre coppie di bimbi e papà.

Innanzitutto una prima differenza è nella fase, diciamo, della “progettazione della vacanza”: a me pare che l’enfasi sia naturalmente, ma forse anche eccessivamente, tutta e sempre più indirizzata su Edoardo. Credo accada per quella strana sindrome per cui ci si sente quasi in dovere di dedicare ai propri figli in vacanza quel tempo tante volte sottratto durante i mesi lavorativi; percezione questa che non solo spesso non corrisponde al vero ma che rappresenta una delle – tante – differenze rispetto ai modelli educativo-relazionali di un tempo. Non credo infatti che mio padre e mia madre si facessero quelle domande che invece noi “genitori moderni” spesso – anche se non sempre e non tutti ovviamente – ci poniamo: “nostro figlio si divertirà anche se andiamo in vacanza senza amichetti e/o in un luogo dove non c’è nulla per loro (es. un servizio di animazione)?”, “Non si stancherà troppo a seguirci nei nostri itinerari di viaggio?” ecc. Non finiamo per eccedere nel coinvolgimento dei bambini? Un tempo forse decidevano i genitori e stop mentre oggi si tende ad una forma di “co – progettazione” non so fino a che punto sensata e funzionale ad una loro crescita serena ed equilibrata. Chiedere loro una preferenza fra diverse attività da fare o luoghi da visitare può essere un quesito al quale non possono rispondere e per il quale ogni eventuale risposta è di per sé viziata dalla loro età che non consente di avere quegli elementi informativi e livello di maturità necessari per decidere.

Insomma la sensazione che provo è che quasi tutto ruoti o debba ruotare sempre intorno alle esigenze dei figli e non di quelle di noi genitori e che le nostre di esigenze per forza siano spesso un’alternativa alle loro…ma perché mai?

E’ anche vero che queste dinamiche sono frutto del cambiamento sociale e culturale in corso e che ha comportato grandi differenze rispetto agli anni del boom economico, quelli che vedevano le vacanze dei nostri giovani genitori. Basti pensare che negli anni ’50 del secolo scorso le famiglie erano mediamente più numerose –  tre figli contro l’uno a testa di adesso – e i bambini non avevano problemi a trovare compagni di gioco perché appunto inseriti in contesti familiari più ampi. Oggi – anche per via di un aumentato benessere rispetto alle generazioni precedenti –  le vacanze dei bambini sono, rispetto a quelle di un tempo, super-impegnate, molto più frammentate e frenetiche, ricche ed articolate tra scuole estive, viaggi studio, corsi, programmi educativi ecc. quasi come se noi genitori volessimo evitare di dare loro tempi morti…ma perché mai? Da dove nasce questa paura che s’annoino? Perché non succeda, se non sono impegnati in nulla piuttosto gli lasciamo passare ore davanti ad un telefono cellulare o un tablet (sia in vacanza che durante l’anno). Non vorrei essere frainteso: nulla di male che i bambini familiarizzino presto con strumenti tecnologici, ma sarebbe preferibile ciò avvenisse se possibile seguendo come famiglia una qualche forma di progettualità in modo che sia davvero anche quella una attività ad alto valore aggiunto…quante volte ciò accada però realmente? Quante volte invece fa comodo a noi stessi parcheggiarli davanti ad un monitor in modo passivo?

Insomma, banalmente in vacanza abbiamo più tempo per stare coi bimbi, meno scuse per non metterci in gioco rispetto al nostro essere padri e riceviamo tante sollecitazioni (spesso suggerite anche dal ritrovarsi nei luoghi in cui s’andava in vacanza da bambini), a ragionare sui propri percorsi di vita come figli, rispetto al proprio modo di essere oggi genitori. E storia privata e cambiamenti sociali s’intrecciano: un tempo mediamente le vacanze duravano di più e meno donne lavoravano. Oggi quasi sempre a lavorare sono sia il papà che la mamma e le vacanze per entrambi sono più brevi e contingentate anche da esigenze lavorative spesso ineludibili.

Il piccolo Edoardo così trascorre con i nonni molto tempo, anche durante le vacanze estive e, come lui, credo accade anche a molti altri bambini lontani dai genitori che rimangono nelle città a lavorare…situazione questa che ha ovviamente i suoi aspetti sia positivi che negativi nelle dinamiche educative e relazionali. Per chi ha la fortuna di avere ancora i propri genitori/nonni, si pone ad esempio il problema della gestione oculata ed equilibrata del coinvolgimento di tutti rispetto ai compiti educativi e di cura estiva dei bambini, con inonni che desiderano spendersi di più ed altri di meno, fino a trovarsi in situazioni di conflitto con la propria moglie/compagna, i propri genitori e/o suoceri.

Sempre durante la vacanza poi mi capita di vivere episodi e momenti che confermano un pensiero che ho maturato da qualche tempo: cioè che, come amo dire spesso, i figli sono i migliori “datori di lavoro” del mondo; sono capaci infatti di valorizzare e premiare in maniera incredibilmente elevata quando ci si approccia con loro in termini positivi e ricchi di contenuto (cioè quando si fa bene il proprio lavoro per riprendere la metafora) così come altrettanto capaci di sanzionare chi con loro non si spende fino in fondo. Ma lo fanno in maniera molto più trasparente, quasi più oggettiva e sincera di qualsiasi datore di lavoro adulto. E siccome in vacanza si ha finalmente l’occasione di stare di più e più intensamente con i propri figli, questi sono naturalmente portati a chiedere molto, a reclamare cioè attenzioni, risorse ed energie. Può accadere talvolta però che queste richieste di attenzione, presenza, “messa in gioco e in discussione” rimangano insoddisfatte o semplicemente ingenerino nei genitori – in particolare nei papà – situazioni di ansia e/o tensioni. Chiarisco con un esempio personale: con Edoardo mi rendo conto di replicare alcuni “percorsi” che mio papà ha fatto con me e, siccome il “nonno Pippo” (cioè mio padre) non aveva ad esempio, una spiccata inclinazione all’attività ludico-sportive ( comunque compensate da altre sue inclinazioni e passioni trasferitemi), io non ho vissuto da ragazzetto alcune esperienze vacanziere “tipiche” dell’ estate come pescare , fare immersioni, andare in barca oppure in inverno andare a sciare. Ed ovviamente ora Edoardo, quasi fosse un cane da tartufi, fiuta le mie debolezze e mi sollecita proprio a fare proprio ciò che non è nelle mie corde.

Ovviamente nulla e nessuno mi impedisce ora di imparare a farle magari con lui…ciò che noto è che non mi viene naturale e spontaneo proporre a o fare con lui ciò che appunto non appartiene ai miei vissuti. Per carità faccio e gli propongo altre attività – alcune anche sportive – che sono più vicine a mie inclinazioni o interessi…talvolta con buoni risultati, talvolta di meno. Ma resta il fatto che pare proprio voglia “mettermi alla prova” su dimensioni a me ostiche e, talvolta, questa mia “inadeguatezza” mi fa non solo riflettere ma soprattutto soffrire. Tipico, per chiudere l’esempio personale, è il commento che Edoardo spesso fa – non ultimo questa estate mentre eravamo in un parco avventura – quando facciamo insieme qualcosa di, diciamo, “sportivo”: “Papà sei proprio un imbranato!”.

Ecco una prova documentale del fatto che comunque mio papà con me in vacanza al mare giocava eccome

Infine nelle settimane estive anche il rapporto con la propria moglie e compagna di genitorialità non è detto che sia all’insegna del relax vacanziero proprio rispetto alla relazione con il proprio figlio. Non fosse altro e ancora perché si trascorre tutti insieme molte più ore di quanto accada durante l’anno e quindi per forza si modifica, per un breve lasso di tempo, l’assetto usuale nei rapporti interpersonali e nel carico/distribuzione dei compiti di cura dei figli. Sul modus con cui si modifica questo rapporto gioca molto, a parer mio, soprattutto una variabile e cioè se la mamma è a casa o lavora (e quanto) durante il resto dell’anno. Probabilmente la mamma super impegnata nel lavoro tenderà anche lei a “sfruttare” la vacanza per dedicare + tempo al proprio figlio, mentre la mamma “casalinga” aspetta le ferie familiari anche per prendersi un po’ di vacanza dal proprio figlio e recuperare del tempo per sé. Situazione che può talvolta stressare il rapporto con il proprio marito/compagno semplicemente perché esigenze ugualmente importanti (e che soggettivamente lo sono ancor di più) possono banalmente confliggere e spesso proprio in vacanza eventuali tensioni/incomprensioni, rimaste per mesi sotto traccia, tendono ad esplodere anziché stemperarsi. Classica, ad esempio la seguente frase rivolta da una mamma in vacanza al proprio marito/compagno: “Me ne sono occupata io tutto l’anno, ora tocca a te!”. A quanti è capitato infatti di sentirsela rivolgere?

Mi fermo qui……considerazioni banali? Forse…però nello spirito di “Papà al Centro”, siamo convinti che riflettere (anche senza grandi risultati e…sul traghetto!) intorno alla paternità, raccontare (anche senza effetti speciali) la propria esperienza personale, confrontarsi (senza paura) con quella altrui siano presupposti per provare ad essere e a comportarsi nel limite del possibile e delle proprie forze da “bravi” papà.

Stefano

“Da padre a figlio e da figlio a padre”

Pubblico qui un pensiero che risale alla primavera del 2014 durante un viaggio in treno con a tema il rapporto padre e figlio dalla prospettiva di un figlio che vede il proprio padre invecchiare.

Treno Bologna-Milano 10 aprile 2014

Negli ultimi mesi la vita mi sta ponendo davanti al processo di invecchiamento di mio papà che, purtroppo per lui e di conseguenza anche per noi, sta avvenendo in modo molto rapido e un po’ problematico per ragioni di salute. Lo stimolo a rifletterci su mi è nato non appena salito su un treno che da Bologna mi ha riportato a Milano e da un signore anziano seduto accanto a me che, fisicamente molto diverso da mio papà, esattamente come lui però è stato attaccato al telefono cellulare durante quasi tutto il breve tragitto.

Vedere invecchiare – e magari non bene – il proprio padre è una fase della vita che capita a tutti i figli di vivere (o meglio a coloro che hanno la fortuna comunque di viverla) e che si affronta senza poter avere a disposizione né un manuale di istruzioni né corsi di formazione ad hoc……un po’ in fondo come quando si diventa padri. E infatti ansie, preoccupazioni, inquietudini, fatiche che da figli si vivono spesso relazionandosi ai propri genitori che invecchiano sono in fondo simili nella forma (anche se forse diverse nei contenuti) a quelle provate quando si diventa padri e quando ci si approccia ai propri figli che crescono. Come con i genitori anziani infatti, anche con i propri figli ci si pongono domande quali: “Perché non mi danno retta?”, “In cosa sbaglio con loro?”, “Cosa potrei fare di più e meglio per loro?” ecc. Questo in fondo anche perché si dice spesso che le persone, quando diventano anziane, per atteggiamenti e comportamenti assomiglino molto a dei bambini piccoli. Questa fase della mia vita sta capitando nel mentre come socio di PeACe ma soprattutto come padre sto ragionando, riflettendo e dibattendo in modo attivo dal 2010 sul tema della paternità responsabile e consapevole oltre che attiva.

E dunque in questa “cornice di senso” mi sto interrogando da qualche mese intorno a quesiti quali “come figlio che responsabilità ho verso un padre che sta invecchiando?”, “cosa si aspetta lui padre che io come figlio faccia o non faccia per lui oppure pensi che sia giusto io faccia per lui?”, “come padre il suo invecchiamento che impatto è giusto abbia su mio figlio?”, “e mio figlio come si comporterà quando sarà il mio di turno? “ ecc.

Il rapporto padre e figlio è talmente ricco di elementi unici e irripetibili che qui è impossibile affrontarli tutti; ci sono però molte analogie che accomunano le due situazioni, cioè quando ci si approccia da padri verso i propri figli e quella in cui da figli ci si relaziona verso il proprio padre che sta invecchiando. C’è sicuramente una dimensione ciclica che accomuna le due condizioni….a questo proposito mi viene in mente la fortunata fiction Rai “Un medico in famiglia “ nella quale Lino Banfi – alias Nonno Libero – fra le massime che dispensa ne dice spesso una rivolgendosi al figlio Lele (Giulio Scarpati): “Ricordati sempre che quello che tu sei io ero e quello che io sono tu sarai” e questa frase credo fotografi bene questa cosa.

Quali dunque le analogie fra le 2 fasi della vita? Cioè fra l’arrivo per un uomo di un figlio e la costruzione del rapporto con lui e il momento a partire dal quale un figlio, diventato padre, ad un certo punto si trova – a volte costretto – ad occuparsi (o talvolta pre-occuparsi) dei propri genitori che invecchiano? Alcune, vediamole.

Innanzitutto in entrambi i frangenti ci si domanda se si è capaci davvero di parlare con loro, di capirli e di farsi capire da loro; quante volte capita che, presi dalla fretta e dalle tensioni quotidiane, si ha l’impressione che l’interlocutore (il proprio padre o il proprio figlio) abbia dei codici comunicativi diversi dai propri che derivano forse da una condizione di vita diversa perché scandita da ritmi più rilassanti e meno compressi e da qui la sensazione appunto “di parlare lingue diverse”. Apro qui un breve inciso un po’ fuori tema e che affronta un tema si direbbe “caldissimo”: perché i genitori fanno così fatica a capire che, anche grazie all’educazione ricevuta, siamo noi figli divenuti genitori che a nostra volta abbiamo ora responsabilità educative? Perché è così difficile concederci di poter anche sbagliare nell’educazione dei nostri figli come in fondo avranno fatto anche loro con noi?

Quindi in entrambi ad essere messo in tensione – e non sempre per carità negativamente – è l’equilibrio con la propria “compagna di vita”; ci si domanda spesso infatti se si è capaci di confrontarsi davvero e sempre nel merito dei problemi quotidiani che ci si trova ad affrontare o ancora se si è capaci di avere una linea comune di azione verso i propri figli e verso i propri genitori. Oppure ancora ci si domanda (e ci si confronta/scontra su) quale sia – ammesso che esista – il confine che è “giusto” tracciare fra le istanze e le richieste dei propri genitori (cioè di coloro che ti hanno generato e cresciuto) e quelle della propria compagna e dei propri figli con cui hai costruito la tua famiglia…..soprattutto se le istanze e le richieste sono confliggenti. Il classico esempio è l’immancabile invito al pranzo domenicale a casa dei propri suoceri (o genitori)……che fare rispetto ai propri (per carità) legittimi desideri di fare qualcos’altro? A prevalere cosa è giusto sia: l’affetto per i propri genitori o la voglia di dedicarsi alla propria famiglia non di origine?

Ed infine quante volte rispetto al proprio padre che sta invecchiando, ci si relaziona a lui spesso allo stesso modo di quando e come ci si relaziona al proprio figlio che sta crescendo nella misura in cui in entrambi i frangenti si vorrebbe vederli diversi da come sono, più sereni e/o felici di quanto ci appaiano proiettando così su di loro non solo i propri stati d’animo ma anche il patrimonio di ricordi, insegnamenti e vissuti che ciascuno si porta dentro. Su questo (come sui precedenti aspetti) vengono incontro gli strumenti e le modalità con cui come Associazione PeACe stiamo dal 2010 ragionando, giocando e riflettendo e che traggono linfa dalla pratica della cosiddetta “metodologia autobiografica” che, attraverso soprattutto la scrittura e le immagini, aiuta a vedere sotto una nuova luce la propria storia di figli e a riflettere sul modo con cui questa abbia influenzato e stia influenzando la propria avventura genitoriale.

In cuor mio penso e credo anche che ciò che mi stia regalando “mio padre da anziano” ora “serva/valga” come, e forse anche di più, di quanto mi abbia trasferito da “padre prima giovane e poi adulto” e che soprattutto questo patrimonio valoriale ed affettivo stia influenzando, in una chiave positiva perché comunque arricchente, il mio processo genitoriale verso mio figlio. Inutile dire però che questa riflessione da un lato sia più semplice pensarla o scriverla piuttosto che esternarla o condividerla con lui (cioè mio padre) e che, dall’altra, non sia la predominante fra quelle che animano da qualche tempo le mie giornate e le mie nottate…….

Mi è anche di poco conforto pensare che queste mie riflessioni siano forse le medesime di quelle che animano i pensieri di figli divenuti genitori miei coetanei. Mi piace però pensare che il solo fatto di “rifletterci ad alta voce” e condividerlo con altri – come nello stile delle attività sui padri e per i padri che stiamo realizzando – sia un modo efficace per poter lavorare su sé stessi e sul proprio “sentirsi padri attivi e responsabili oggi” sapendo che le risposte alle molte domande che ci si pone non le si posseggono e che quelle giuste di fatto nemmeno ci siano ma che esistano solo buone pratiche che si sperimentano, pian piano, cammin facendo passando anche attraverso errori, delusioni e amarezze.

Stefano

Ps. Nel frattempo una volta arrivato a Milano Rogoredo, dopo aver salutato il mio vicino di posto, sono sceso dal treno avviandomi ad incontrare l’amico nonché socio di PeACe Massimo; prima però mi sono voltato un attimo: ho visto il mio vicino di posto abbracciare calorosamente un giovane…..sarà stato suo figlio? E sarà stato con lui che avrà parlato al cellulare mentre era in treno?………………..

La paternità oggi

Pubblichiamo una riflessione della primavera 2014, a quattro anni circa dall’avvio del Progetto Papà al Centro, fatta insieme all’amico Massimo Zerbeloni sul tema della paternità ai giorni nostri.

Intorno al tema della famiglia e del valore che questa ha per la società dal 2010 l’Associazione “Periferie Al Centro” – da noi costituita nel marzo 2001 – ha attivato percorsi a sostegno della genitorialità, con specifica attenzione ai primi passi dei padri ed all’opportunità di momenti d’incontro e confronto loro dedicati. Il sostegno alla paternità è un bisogno emergente su cui è necessario promuovere nuove risposte. Molte mamme denunciano la fatiche di crescere da sole i figli, di avere a fianco uomini impreparati. Laddove però i padri assumono le proprie responsabilità, il benessere che ne deriva per i figli e per le mamme è considerevole. Le competenze paterne sono un plus irrinunciabile che è necessario promuovere e valorizzare per l’armonia delle famiglie e, noi riteniamo, delle comunità locali. Il nostro occuparci negli ultimi anni di bisogni emergenti in seno alle famiglie e nei quartieri della città con riferimento alla genitorialità e specificatamente alla più marginale figura del padre (rispetto al ruolo materno maggiormente riconosciuto, anche nelle vicende sempre più diffuse di separazioni e divorzi, piuttosto che -almeno in teoria – rispetto alle esigenze lavorative) è stato un passaggio “naturale”, anche perchè ha coinciso col diventare “grandi” e genitori dei soci. Noi consideriamo l’idea, che nasce anche dai nostri bisogni, di sostenere i papà e connetterli come pienamente integrata in una logica d’azione che vede il bene delle singole famiglie indissolubilmente legato al benessere del territorio in cui queste vivono e che possono contribuire a rendere più e meglio vivibile. Padri-risorsa positiva per sé, i loro bimbi e per la loro comunità. Per questo abbiamo avviato il Progetto “Papà al Centro” proprio sui temi della paternità attiva e responsabile ai giorni d’oggi e la sua evoluzione. La paternità è una “condizione umana” che – come per tutte le altre – riflette condizionamenti e influenze che concorrono a far sì che sia da ognuno vissuta e giocata “in dipendenza da/a seconda di” e quindi unica e irripetibile nelle sue manifestazioni. Condizionamenti e fattori che sono sia endogeni (cioè legati intrinsecamente a ciascuno) sia esogeni, cioè a dire esterni a noi e sui quali volente o nolente, talvolta poco si può fare per incidere e/o per fare in modo di poter contribuire a modificarli. E sono questi ultimi che poi, nel corso delle generazioni, creano modelli culturali, abitudini, dinamiche ecc. che incidono nei vissuti e nei comportamenti individuali. La paternità è certamente cambiata nel corso delle ultimi generazioni ed ha assunto delle caratteristiche e dei connotati sia positivi che negativi. Più che sugli effetti forse è più interessante riflettere sulla cause di questo processo evolutivo e quindi sui fattori esogeni che hanno potentemente favorito i cambiamenti che sono sotto gli occhi di tutti. Senza alcuna pretesa di esaustività, due sono i fattori che a parer mio hanno più incisivo: l’emancipazione femminile (soprattutto sotto l’aspetto lavorativo) e la precarizzazione del lavoro sia nei contenuti che nelle forme. Il combinato disposto di questi due fattori hanno generato poi una miriade di piccoli e grandi cambiamenti che hanno avuto forti impatti nei rapporti familiari, in quelli interpersonali, nei rapporti sociali ecc. ecc. E, per quanto qui ci interessa, nelle modalità con cui ogni uomo si gioca quotidianamente la partita della propria paternità. Entrambi i fattori stanno fortemente stressando l’immagine tradizionale di padre influenzandone (il più delle volte minandone) dalle fondamenta gli aspetti fondanti e – come in ogni momento di transizione – sono soprattutto le “novità negative” gli elementi che più colpiscono e preoccupano rispetto ai fattori invece che meglio permangono ai cambiamenti. A parer nostro si è metà del guado, cioè a dire che l’uomo/padre 3.0 non è certamente più per moltissimi aspetti simile ai propri nonni, sempre meno ai propri padri ed è in cerca di un nuovo “modello di riferimento”. Si è appunto lungo un continuum (dalla figura tradizionale – severa, assente, lontana – di padre vs. una nuova figura paterna – meno severa, più presente, più prossima) e probabilmente occorreranno ancora molti anni prima che la transizione possa dirsi conclusa. Per il momento forse l’unica riflessione che si può avanzare è che ognuno di noi padri badi poco a quanto su di sé si giudica e si discuta e si lasci invece influenzare e “guidare” nel proprio “modus operandi paterno” quotidiano (fatto spesso di fatiche, sofferenze, rinunce) sempre e comunque soprattutto dall’incredibile forza che danno i propri figli nel loro infinito amore mettendosi in gioco e facendosi portare per mano da loro alla scoperta di cosa voglia dire “sentirsi” (più che essere) papà oggi. Stefano Florio e Massimo Zerbeloni

La paternità in versione calcistica…e natalizia

Pubblichiamo un pensiero pre natalizio del dicembre 2014 sul rapporto fra la paternità e lo sport, in particolare il calcio, pensiero nato per via di una partita di calcio vissuta appunto in quel lontano dicembre del 2014.

Sabato, 20 dicembre 2014

Un nebbioso sabato pomeriggio di un mite dicembre la paternità mi ha messo in gioco per l’ennesima volta e questa volta su un piano squisitamente sportivo, calcistico per la precisione regalandomi momenti di grande emozione.

Antefatto: 2 giorni prima vengo a sapere da mia moglie che i giovani mister di calcio di mio figlio Edoardo hanno pensato di organizzare per festeggiare tutti insieme il Natale una partita di calcio padri-mister-bambini appunto per il successivo sabato pomeriggio.

Inutile dire che non metto piede su un campetto da calcio da più di 20 anni e che l’idea di essere costretto a farlo non mi entusiasmava neppure un po’ ma, come detto alla nostra amica Alessandra mamma di Jacopo amico-compagno di calcio di Edoardo: “Se tuo figlio ti dice che vorrebbe giocassi con lui, può un padre rifiutarsi?”.

A casa mentre in fretta e furia mi preparavo per andare al campetto, vedendo Edoardo di tutto punto vestito da piccolo calciatore mi sono tornate alla mente le immagini di me ragazzino che più o meno alla sua età andavo al campo del Bariviera Fadini a Milano con il mio amico d’infanzia Gabriele. Prima grande emozione della giornata.

Poi una volta arrivato al campo e compreso che la partita sarebbe stata solo fra i grandi (mister da un lato e papà dall’altro), Edoardo si è seduto per terra fuori dal rettangolo di gioco insieme ai suoi compagni e, prima di iniziare, guardandolo negli occhi ho avuto la sensazione mi volesse dire “Mi raccomando…non mi fa fare brutte figure” ma forse anche “Forza papà”. Seconda grande emozione: mai finora avevo fatto una partitella di calcio (fra l’altro l’ultima risale ad oltre 15 anni fa…) da papà!

Per tutta la partita (soprattutto nei momenti in cui, vista l’età, mi fermavo a rifiatare……) ho cercato il volto di Edoardo per capire se mi osservasse e ho cercato disperatamente, oltre a non farmi male ovviamente, di non deluderlo. Per fortuna “Santo Baggio” (inteso come l’ex calciatore Roberto e non il quartiere di Milano) dall’alto della sua infinita classe è secondo me intervenuto…sono perfino riuscito miracolosamente a segnare il primo goal della partita! Inutile dire che la prima cosa che ho fatto (dopo essermi accertato di non aver sognato) è stata quella di aver cercato con gli occhi il mio piccolo calciatore per vedere la sua reazione. Terza grande gioia della giornata: il primo goal della mia vita da “papà- calciatore”!

Per la cronaca la partita si è infine conclusa 3 a 3 e inaspettatamente la squadra dei papà (2 però giocano a calcetto una volta alla settimana) ha tenuto botta alla squadra di giovincelli che correvano come dei forsennati…forza dell’esperienza o loro pietà nei confronti di noi vecchietti? ….. Chissà.

La paternità mi ha quindi regalato in poche ore tante gioie e nuove emozioni…ma anche tante fatiche: dall’indomani l’acido lattico si è impossessato del mio corpo facendomi scoprire sue parti di cui perfino ignoravo l’esistenza……

Stefano

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora