Una diversa forma di paternità. Riflessioni a partire da un’esperienza di affido

Luglio 2018

Nella primavera del 2016 io e mia moglie Patrizia abbiamo sentito il desiderio di sperimentare una nuova e diversa esperienza di genitorialità – quella dell’affido – e, per questo, abbiamo contattato il servizio Affidi del Comune di Milano per verificarne la fattibilità, le modalità, le regole ecc. Dopo aver frequentato un breve percorso di formazione previsto dal progetto di affido e qualche mese di attesa (necessario perché si creasse la combinazione fra la disponibilità da noi offerta di un affido cosiddetto “part time” – nei fine settimana e nei periodi di vacanza – ed un caso che fosse compatibile), da ottobre 2017 è entrata nelle nostre vite e a pieno titolo nella nostra famiglia la piccola Sofia di 8 anni. Sofia vive con la mamma mentre non ha più, da qualche anno, rapporti stabili con il papà ed il nostro progetto di affido durerà per ora fino al prossimo mese di ottobre. Da un po’ di tempo sentivo il desiderio – forte anche dell’esperienza di consapevolezza maturata in questi anni sui temi della paternità attiva e responsabile curando dal 2010 il progetto Papà Al Centro con l’amico-socio Massimo Zerbeloni – di “fermare su carta” i tanti momenti, le molte riflessioni, le diverse emozioni e sensazioni che da allora sto vivendo. L’occasione per farlo me l’ha offerta la visione della seconda puntata del ciclo “Lessico familiare”, andata in onda lunedì 14 maggio su Rai Tre (si può rivedere qui), condotto dal prof. Massimo Recalcati e dedicata appunto alla figura del padre (ed in parte anche quella andata in onda il lunedì successivo dedicata invece a quella del figlio).

Dell’interessante quanto articolata riflessione del prof., tre sono stati gli snodi da lui affrontati e che più da vicino stanno interrogando/“stressando” il mio essere papà dall’arrivo con noi di Sofia e che qui proverò ad illustrare riprendendone letteralmente alcuni passaggi.

Innanzitutto quando il prof. afferma “….il padre non è lo spermatozoo, non è il genitore biologico dei suoi figli…”, nei fatti questa sua affermazione si sta rivelando molto vera per me/noi. Quando Sofia è con noi, per me e Patrizia, è a tutti gli effetti nostra figlia e la modalità (secondo alcuni un po’ vessatoria, a dire il vero……) con cui ci rapportiamo a lei è identica a quella con cui ci rapportiamo a nostro figlio Edoardo, a prescindere dal fatto che il secondo sia nostro figlio naturale. Ed agiamo così indipendentemente dal suggerimento datoci dal servizio Affidi del Comune di assumere proprio questo atteggiamento perché giudicato il migliore in simili situazioni; lo facciamo molto più semplicemente perché spinti dal nostro quotidiano agire facendoci guidare da ciò che chiamerei “responsabilità genitoriale”. Quando sono insieme a Sofia, mi considero e mi sento, anche se per poche ore, a tutti gli effetti suo papà e cerco di esercitare al meglio (o per lo meno secondo gli stessi criteri che adotto quando mi rapporto con Edoardo) ciò che più sopra ho definito responsabilità genitoriale che è uno degli elementi che concorre a strutturare quella che il prof. Recalcati definisce la “funzione paterna”, concetto diverso e non necessariamente coincidente con la figura del papà. Funzione paterna che oggi non trova più la sua rappresentazione nell’autorevolezza della voce e dello sguardo del padre che spiega al figlio il valore e il senso della vita, la differenza tra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto ecc., ma nell’autorevolezza dei suoi gesti, nella testimonianza che riprendendo qui il prof. “…….egli dà con la sua vita che la vita può avere un senso sostenendo e supportando il figlio nella realizzazione dei suoi desideri all’interno però di un contesto ben preciso di regole”. Mi sforzo con il mio agire di fornirle, analogamente a quanto faccio con Edoardo, elementi/indicazioni/regole che le possano essere di aiuto per crescere serenamente capendo il senso del limite ed apprendendo quelle regole elementari per rapportarsi agli altri in maniera positiva. La differente modalità di trasmissione della cd. “funzione paterna” rimarcata dal prof. è una delle dimensioni di quella evoluzione, in corso da qualche decennio, della figura paterna che si sta trasformando da “padre-padrone” (la figura tradizionale e da cui proveniamo caratterizzata dall’essere severa, assente, lontana) a “padre-testimone/esemplare” che si caratterizza invece per essere meno severa, più presente, più prossima.

Il concetto di testimonianza sopra citato viene ripreso anche nel secondo snodo concettuale affrontato dal prof. e che mi tocca da vicino da quando mi relaziono con Sofia allorquando afferma “…..Oggi quindi il padre è testimone e la sua testimonianza viene data attraverso la sua vita: il padre non deve spiegare il senso della vita, ma deve mostrare attraverso la sua che la vita, con i dovuti limiti, può avere un senso, animando così la vita del figlio con la speranza….”. Nel mio caso però non posso non tenere conto che Sofia un papà ce l’ha, con lui ha trascorso i primi anni di vita e ne continua ancora ad avere. Talvolta quindi in questi mesi mi è capitato, non conoscendo suo padre e sapendo poco o nulla del suo passato con lei e del suo presente con e/o senza di lei (e quindi su cosa pensi, che esperienze abbia vissuto o stia vivendo con la figlia, se e cosa le abbia trasferito ecc..), di interrogarmi sulla testimonianza di vita che le sto offrendo; ad es. mi chiedo se il mio agire sia simile o diverso da quanto lei ha appreso/sta apprendendo dal suo papà naturale. E poi ancora mi domando: “La mia testimonianza sarà efficace?”, “Quanto di essa si contrappone a quella di suo papà?”, “Vanno in senso opposto oppure si sostengono a vicenda?”ecc. ecc. Domande per me nuove prima del suo arrivo nella mia e nostra vita.

Infine un terzo snodo affrontato dal prof che il rapporto con Sofia sollecita del mio ruolo paterno tocca da vicino un paio di questioni: da una parte quella dei valori che si trasmettono e del connesso concetto espresso dal prof. di eredità – quindi di quel qualcosa che il genitore tramanda ed affida alle nuove generazioni – e dall’altra quella del tempo che si ha disposizione nella costruzione del rapporto con i propri figli e quindi della trasmissione di quei valori.

Questi i due passaggi del prof. ripresi dalle due puntate: “….Qual è quindi l’eredità del padre? L’eredità paterna è costituita dai valori che è riuscito a tramandare. La testimonianza deve accadere nel silenzio e non genera degli effetti immediati, come una semina che richiede tempo per generare i frutti…..” ed ancora “l’espressione che meglio rappresenta l’età adolescenziale dei figli è vai….” (contrapposta a quella dei primi anni di vita che è “eccomi”).

Sofia ha, seppur ancora piccola, in parte già acquisito un piccolo bagaglio valoriale che quando è entrata a far parte delle nostre vite non conoscevamo e sto replicando con lei il “modus operandi” seguito con Edoardo anche nella trasmissione di idee e valori fondanti il mio essere padre. Ma se con Edoardo agivo su una tabula rasa, con Sofia così non è – cosa che fra l’altro è assai stimolante – e quindi mi fermo talvolta a riflettere se non le stia esercitando un po’ di “violenza” o comunque trasferendo valori in contrasto con quelli di cui lei è già in parte portatrice. Su questo gioca a mio e nostro favore l’ottimo rapporto con la mamma di Sofia che si è sempre dimostrata aperta e disponibile ad un nostro agire che ci consentisse di contaminarci con lei. E’ per me motivo di gioia averle potuto in questi mesi ad es. trasferire l’amore per Milano e la “milanesità”, cioè quella tensione a voler vivere intensamente alcuni di quegli elementi popolari (un panzerotto da Luini, una passeggiata fra le bancarelle della Fiera degli O’ bej O bej ecc.) che concorrono ad identificarci con la nostra città e che devo ad uno dei tanti “milanesi di importazione” (il mio babbo trasferitosi qui da Napoli nel 1968) che fin da piccolo me l’ha trasferita, fatta coltivare e crescere nel corso degli anni….anche in questo si vede in fondo in maniera sostanziale e concreta il concetto della trasmissione dei valori da padre a figlio.

Certamente e in parte purtroppo il tempo per farlo è però contingentato perché l’affido è per sua natura un’esperienza a tempo: cioè quando inizia si sa già che avrà un termine ed anzi talvolta capita che si interrompa anche prima di quando previsto all’inizio del percorso; di conseguenza ed inevitabilmente il rapporto che si instaura fra la famiglia affidataria e la persona che viene accolta è quindi di breve periodo, molto incentrato sul qui e ora e poco proiettato ad una progettualità di lungo periodo. Quindi ci si dona, si potrebbe dire, senza sapere né se né quando si vedranno mai i frutti del proprio lavoro di semina proprio perché il raccolto potrebbe avvenire quando quel rapporto si sarà interrotto. Ciò nonostante l’esperienza educativa con Sofia si sta rivelando molto arricchente, sebbene talvolta prevalgano in me/noi anche considerazioni del tipo “chissà cosa rimarrà a Sofia di quanto le stiamo insegnando” ecc. ecc. e che inevitabilmente rimandano a quella condizione di esperienza a termine. Già ora penso a quando il rapporto con lei si interromperà, alle emozioni che vivremo e mi domando se e in che modo quel rapporto continuerà – se continuerà – nel tempo…….

Infine sempre il prof. nell’illustrare il passaggio dei figli dall’infanzia all’adolescenza individua le due espressioni verbali che meglio rappresentano per noi genitori questi momenti: si passa infatti dall’ “eccomi” – dietro a cui soggiace il concetto di esserci in maniera totalizzante tipica dei primi anni di vita dei figli – a quella del “vai” che invece riflette il momento nel quale da una parte non si è più bambini e si è spinti quindi a voler scoprire il mondo e, dall’altra, noi genitori dobbiamo essere pronti a fare un passo indietro/di lato, passando da chiocce sempre presenti a guide che da lontano indirizzano il cammino dei figli. Anche in questo caso mi domando se mai potrò dire a Sofia “vai” e poter così vivere anche con lei quella fase di passaggio verso l’età adulta così carica di fatiche, tensioni, problemi ma che rappresenta comunque una tappa fondamentale nel percorso di vita di ogni figlio.

Tirando le somme, l’esperienza di affido di Sofia si sta rivelando uno dei progetti più arricchenti e soddisfacenti vissuti dalla nostra famiglia da tanti di punti di vista diversi perché ci sta consentendo di rimetterci in gioco e in discussione come genitori, di rivedere i nostri metodi ed approcci educativi, di rivivere alcuni momenti già vissuti con Edoardo ma con una maggiore consapevolezza ecc. ecc.

Le emozioni vissute e le riflessioni fatte in questi mesi mi spingono da un lato a suggerire, a chi se la sente, di provare a sperimentare questa esperienza perché fortemente trasformativa del proprio essere. Dall’altro rinforzano in me un’opinione maturata fin dall’arrivo di Edoardo: ciò che conta davvero per noi genitori – in particolare per noi padri – è quello di lasciarci influenzare e guidare nel nostro agire quotidiano (fatto spesso di fatiche, sofferenze, rinunce e senza libretti di istruzioni) sempre e comunque soprattutto dall’incredibile forza che ci danno i nostri figli (anche quando non sono naturalmente nostri come nel caso di Sofia) perché consentono di metterci/rimetterci quotidianamente in gioco e di andare, mano nella mano, alla scoperta di cosa voglia dire “sentirsi” (più che essere) veramente papà.

Stefano

Il nostro progetto di affido

Febbraio 2020

Nella primavera del 2016 io e mia moglie Patrizia abbiamo sentito il desiderio di sperimentare una nuova e diversa esperienza di genitorialità – quella dell’affido – e, per questo, abbiamo contattato il servizio Affidi del Comune di Milano per verificarne la fattibilità, le modalità, le regole ecc. Per questo abbiamo frequentato un percorso di formazione (3 incontri) durante i quali abbiamo avuto modo, da un lato, di acquisire le informazioni principali su quali tipi di progetti di affido il Comune “mettesse a disposizione” e, dall’altro, di ascoltare esperienze di famiglie già affidatarie a cui è poi seguita una visita del personale del Servizio Affidi a casa nostra nella quale hanno voluto soprattutto parlare con nostro figlio Edoardo di 12 anni su cosa ne pensasse di questa idea di papà e mamma. Abbiamo passato l’esame!

Dopo qualche mese di attesa (necessario perché si creasse la combinazione fra la disponibilità da noi offerta di un affido cosiddetto “part time” – nei fine settimana e nei periodi di vacanza – ed un caso che fosse compatibile), da ottobre 2017 è entrata nelle nostre vite e a pieno titolo nella nostra famiglia la piccola Sofia che al momento del suo arrivo aveva 8 anni. Sofia vive con la mamma mentre non ha più, da qualche anno, rapporti stabili con il papà ed il nostro progetto di affido – di durata annuale – è già arrivato al terzo rinnovo.

Gli obiettivi del nostro progetto di affido – definiti dal Servizio Affidi in accordo con la psicologa che seguiva Sofia in ragione dei primi suoi faticosi anni di vita – erano sostanzialmente due:

  1. Fornire alla mamma di Sofia una famiglia di appoggio che potesse ospitarla nei momenti in cui la scuola è chiusa per evitare che – dal momento che la mamma è turnista e lavora quindi anche nei fine settimana – la bambina continuasse a venire ospitata/”parcheggiata” da amiche della mamma non potendo lei contare su altri appoggi (ad es. familiari)
  2. Fornire a Sofia una figura paterna più stabile rispetto a quella del suo papà naturale

Dal punto di vista organizzativo, incrociando le altrui esigenze, vado a prendere io Sofia a casa il venerdì pomeriggio uscendo dal lavoro ed insieme andiamo a casa nostra mentre la domenica pomeriggio il più delle volte l’accompagniamo noi là dove lavora la sua mamma al termine del suo turno di lavoro.

Ricordiamo ancora come fosse ieri la prima volta che abbiamo conosciuto Sofia: era un mercoledì pomeriggio (questo perché, durante un primo incontro avuto con la sua mamma, si era deciso con il personale del Servizio Affidi e l’allora assistente sociale che seguiva Sofia di fare in modo che il primo incontro fosse infrasettimanale e nella forma della merenda). Che emozione quando sono entrate a casa nostra Sofia e la sua mamma e che buffo quando si sono conosciuti Sofia e nostro figlio. Inutile dire che quasi subito sono andati nella cameretta di nostro figlio e si sono messi a giocare. Dopo un’oretta li vediamo tornare e Sofia fa alla sua mamma: “Quand’è che vengo la prossima volta?”….dopo un momento di iniziale imbarazzo ed aver chiesto un parere nei giorni a seguire al Servizio Affidi (in realtà infatti l’avvio sarebbe dovuto essere più graduale e diluito nel tempo….), Sofia è tornata da noi già il venerdì successivo, con nostra grande sorpresa ma anche piacere ovviamente.

Nel corso di quel primo fine settimana che coincideva fra l’altro con il mio compleanno, abbiamo avuto da subito già primo piccolo dubbio su come fosse meglio agire e che nasceva dal fatto che avevamo programmato di festeggiarlo a casa di nostri amici e dei loro figli: “Meglio stare in casa da soli o lasciare le cose come stanno e portare Sofia da subito con noi?”, questo il dilemma. Anche in questo – come in tutti i successivi momenti che abbiamo finora vissuto insieme – è stata lei a rispondere al nostro quesito semplicemente facendo ciò che sentiva di voler fare: cioè stare a giocare con quelli che per lei erano perfetti estranei…..dopo pochi minuti già saltava insieme ai figli dei nostri amici sul loro adorato e delicato divano….ok rotto il giacchio abbiamo pensato!

Noi amiamo spesso dire che da quando Sofia è con noi, i più bravi non siamo stati né noi né la sua mamma ma nell’ordine:

– Lei e nostro figlio: lui l’ha accolta da subito come se fosse sua sorella condividendo con lei immediatamente i suoi spazi – dormono in due letti attigui ma se all’inizio Sofia voleva essere staccata, ora attacca il suo letto a quello di nostro figlio -, i suoi giochi – ad es nostro figlio gioca a calcio e lei è la sua prima tifosa (qui abbiamo avuto anche un pizzico di fortuna perché a lei piace giocare a calcio), ecc. ecc. Sofia si è dimostrata da subito una bambina con una capacità straordinaria di adattamento a qualsiasi circostanza, anche le più complesse all’inizio (forse per via anche del suo passato così faticoso che l’ha forgiata): dove la metti sa stare e si è subito relazionata con tutti (adulti e coetanei) senza manifestare mai problemi.

– I nostri familiari: nonostante alcune perplessità iniziali dei nostri genitori (soprattutto legati al fatto che temevano che nostro figlio ne avrebbe sofferto), Sofia è stata accolta in famiglia con gioia e amore divenendo la loro “quasi nipotina”; lei li chiama nonno Pippo, nonna Miranda, zia Viviana, zio Manu ecc. ecc.

– I nostri amici: anche loro l’hanno da subito considerata parte della nostra famiglia includendola in tutti i momenti che trascorriamo insieme, compresi periodi di vacanza durante i quali Sofia è – quasi sempre – venuta insieme a noi salvo rari casi in cui è rimasta con la mamma perché non era previsto lei lavorasse in quei giorni.

– Gli amici e le amiche di Edoardo: dopo i primi momenti in cui non capivano da dove fosse saltata fuori, lei è stata trattata come la quasi sorella di Edoardo ed è immersa completamente nella sua rete amicale.

L’avvio del nostro progetto è stato come detto molto positivo e questa è stata una condizione che ha facilitato poi un suo proseguo altrettanto ricco di momenti belli ed intensi ma, siccome talvolta sappiamo che in altri casi può non essere tutto “rose e fiori”, anche nella nostra esperienza con Sofia ci sono state situazioni non semplici. Ne cito solo due per ragioni di tempo che hanno riguardato me:

– Nei primi 3 mesi circa Sofia non mi chiamava ovviamente papà (non lo fa neppure ora….a seconda del momento sono papino, papà 2, paparino anche se il + delle volte semplicemente Ste) e fin qui ci stava pure. No, mi chiamava semplicemente e ininterrottamente BRUTTO. Vi posso assicurare che non era il massimo dell’allegria sentirselo ripetere in continuazione durante tutto un fine settimana e tante settimane di fila. Poi anche grazie ad un prezioso consiglio ricevuto da un amico, ha per fortuna smesso di farlo e ora ci scherziamo su!

– Dopo circa un anno dall’avvio del progetto, nel mentre un venerdì stavamo per partire a piedi da casa sua per avviarci a casa nostra, fuori dal portone del suo palazzo è apparso suo papà che fino a quel momento non avevo nè avevamo mai incontrato. E’ stato un momento di grande imbarazzo ed emotivamente molto complesso che però alla fine si è chiuso nel migliore dei modi. E’ stata anche quella una tappa di un percorso che andava fatta….devo dire che per fortuna è capitato all’improvviso ed in maniera inaspettata per tutti, mamma e figlia comprese.

Anche per mia moglie l’inizio del rapporto con Sofia ha presentato dei momenti di complessità, non fosse altro perché cmq lei una mamma ce l’ha. Abbiamo fin da subito infatti compreso come fosse necessario per noi tenere comunque e naturalmente conto del ruolo e dell’influenza che il papà e la mamma di Sofia hanno su di lei come giusto sia. Non è stato come detto semplice per mia moglie – che rispetto a me ha un profilo più normativo e severo – relazionarsi da subito con lei soprattutto rispetto a situazioni più femminili ed intime come la cura del proprio corpo e del proprio aspetto, dell’igiene personale ecc. ecc. Ma anche su questo sono scattate progressivamente dinamiche positive ed arricchenti sia per mia moglie che per Sofia anche perché quest’ultima ha immediatamente percepito la spontaneità e la naturalezza con cui alcuni precetti le venivano da lei imposti, oltre che nel vedere che in fondo sono gli stessi che lei più di me impone a nostro figlio.

Quando Sofia è con noi, per me e mia moglie, è a tutti gli effetti nostra figlia e la modalità con cui ci rapportiamo a lei è identica a quella con cui ci rapportiamo a nostro figlio. Ed agiamo così indipendentemente dal suggerimento datoci dal servizio Affidi di assumere proprio questo atteggiamento perché giudicato il migliore in simili situazioni; lo facciamo molto più semplicemente perché spinti dal nostro quotidiano agire facendoci guidare da ciò che chiamiamo “responsabilità genitoriale”. Quando siamo insieme a Sofia, ci consideriamo e sentiamo, anche se per poche ore, a tutti gli effetti suo papà e sua mamma (così come siamo convinti che per nostro figlio lei sia di fatto sua sorella e viceversa) e cerchiamo di esercitare al meglio (o per lo meno secondo gli stessi criteri che adottiamo quando ci rapportiamo con nostro figlio) ciò che più sopra abbiamo definito responsabilità genitoriale. Quando è con noi replichiamo semplicemente quello che facciamo nei confronti di nostro figlio, cioè ci sforziamo con il nostro agire di fornirle, elementi/indicazioni/regole che le possano essere di aiuto per crescere serenamente capendo il senso del limite ed apprendendo quelle regole elementari per rapportarsi agli altri in maniera positiva.

Come avete capito abbiamo vissuto con lei tantissimi momenti, soli o con amici, facendola immergere nella nostra quotidianità così come la sua mamma ci ha messo nelle migliori condizioni per vivere con intensità questa esperienza; tanti i momenti forti trascorsi insieme, fra cui:

– Il compleanno di Sofia a gennaio 2018: la mamma ci ha invitato alla festa di compleanno che ha organizzato per lei e a noi ha fatto piacere andarci e conoscere così alcuni suoi parenti che ci hanno accolto con grande affetto.

– La vacanza estiva del 2008: la mamma va in vacanza a luglio mentre noi ad agosto e quindi ci è venuto naturale portarla al mare con noi e i nostri amici Alessandra e Michele e l’amico di nostro figlio Jacopo dopo averlo ovviamente chiesto alla mamma. Così è stato e ancora una volta Sofia ha disatteso alcune nostre preoccupazioni come ad es. il lungo periodo di distacco con la mamma, l’impatto delle telefonate fra lei e il suo papà ecc.

– L’invito a cena a casa loro: la scorsa primavera, durante un week-end in cui la sua mamma non lavorava, ci ha invitato a cena. Per Sofia è stata una grande gioia poterci ospitare a casa e mostrarci ad es. con più calma i suoi giochi e per noi un’ulteriore occasione per entrare in relazione con lei e il suo ambiente di vita.

– La visita alla sua nonna sarda: questa estate – all’insaputa di Sofia – essendo noi in Sardegna e sapendo che lì abita la sua nonna abbiamo deciso di farle una sorpresa condividendo prima la cosa con la sua mamma. Ad un certo punto mentre eravamo in viaggio verso Cagliari – dove avevamo preso in affitto un appartamento con amici, – abbiamo deviato verso la località dove abita appunto la sua nonna di 90 anni. Potete immaginare la sua felicità nel vedere la nipotina che abita a Milano così come quella di Sofia di vedere lei e i suoi cugini.

– Siamo stati invitati al saggio di fine anno del corso di ginnastica artistica che frequentava durante il primo anno che è stata con noi così come sabato prossimo lei e la mamma ci hanno invitato ad una lezione di pallavolo aperta anche a genitori, parenti e….genitori affidatari……

L’esperienza educativa con Sofia si sta rivelando molto arricchente (diciamo spesso che stiamo ricevendo molto di più di quanto stiamo dando), sebbene ovviamente talvolta prevalgano in me/noi considerazioni del tipo “chissà cosa rimarrà a Sofia di quanto le stiamo insegnando” ecc. ecc. e che inevitabilmente rimandano a quella condizione di esperienza a termine che caratterizza l’affido…si sa quando inizia ma non quando finisce (anzi talvolta termina prima di quando sia previsto).

Questa esperienza da quel che abbiamo cercato di raccontare in questi pochi minuti ha portato a tanti risultati che dalla nostra prospettiva sono tutti di segno positivo; innanzitutto per i due ragazzi e sotto tanti punti di vista; ne citiamo solo:

– tre per Sofia che sono l’andamento scolastico, una maggiore attenzione alla cura di sé (cosa particolarmente importante soprattutto ora che sta entrando nella preadolescenza) e avere l’opportunità di relazionarsi con una figura maschile più stabile.

– una per nostro figlio che è banalmente quella di potersi e doversi relazionare in casa e fuori con qualcun altro di poco più piccola di lui, cosa che ai figli unici non è dato sperimentare e che, secondo noi invece, è una grande ricchezza.

Poi per la mamma di Sofia perché ha guadagnato dei momenti in cui si può ritagliare del tempo per sé stessa dopo anni di fatiche, può più serenamente andare a lavorare sapendo Sofia con noi e, ma questo è più un nostro pensiero, immaginiamo possa essere contenta nel sapere che stando con noi la figlia può vivere esperienze che forse lei non potrebbe offrirle.

Ed infine per noi perché il suo arrivo ci sta offrendo l’occasione di sperimentarci in una forma diversa di genitorialità, di rivivere alcune situazioni già vissute ma da una prospettiva e con una consapevolezza in parte diverse ed infine, anche grazie alla sua presenza, di godere di una grande serenità e gioia in casa (che cmq non è che manchino quando lei non è con noi).

Le emozioni vissute e le riflessioni fatte in questi mesi ci spingono da un lato a suggerire, a chi se la sente, di provare a sperimentare questa esperienza perché fortemente trasformativa del proprio essere. Dall’altro rinforzano in noi un’opinione maturata fin dall’arrivo prima di nostro figlio e poi di Sofia: ciò che conta davvero per noi genitori è quello di lasciarci influenzare e guidare nel nostro agire quotidiano (fatto spesso di fatiche, sofferenze, rinunce e senza libretti di istruzioni) sempre e comunque soprattutto dall’incredibile forza che ci danno i nostri figli (anche quando non sono naturalmente nostri come nel caso di Sofia) perché consentono di metterci/rimetterci quotidianamente in gioco e di andare, mano nella mano, alla scoperta di cosa voglia dire “sentirsi” (più che essere) veramente genitori.

Grazie

Stefano & Patrizia (intervento tenuto il 1° febbraio 2020 al convegno annuale di Anania dal titolo Dal buon vicinato all’accoglienza: per una quotidianità condivisa); l’audio è ascoltabile qui

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